Le guardie svizzere della morte

Mentre in Italia la legge sul biotestamento rimane ancora, con stanche polemiche, nel limbo tra l’avvenuta approvazione del Senato e il non ancora realizzato approdo alla discussione nella Camera, la Svizzera si accinge ad adottare una riforma del codice civile che introduce a livello confederale le cosiddette Dichiarazioni anticipate di trattamento.
21 MAG 09
Ultimo aggiornamento: 14:28 | 13 AGO 20
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Mentre in Italia la legge sul biotestamento rimane ancora, con stanche polemiche, nel limbo tra l’avvenuta approvazione del Senato e il non ancora realizzato approdo alla discussione nella Camera, la Svizzera si accinge ad adottare – nel prossimo dicembre e dopo più di dieci anni di lavori e di consultazioni – una riforma del codice civile che introduce a livello confederale le cosiddette Dichiarazioni anticipate di trattamento, all’interno di una risistemazione della tutela dei diritti del paziente che dovrebbe diventare definitivamente operativa nel 2012.
Il testamento biologico non è certamente cosa nuova in Svizzera, dato che già più della metà dei ventisei cantoni elvetici lo prevede, in forme diverse, e dato che molte organizzazioni (fra le quali c’è la locale Caritas) propongono i loro formulari per le “disposizioni di fine di vita”. Ma la storia della nuova legge confederale, della quale domani racconteremo più estesamente le caratteristiche, anche attraverso le voci e le valutazioni di alcuni dei protagonisti della sua elaborazione, è importante e istruttiva perché porta in sé molti elementi diversi e, a volte, sorprendentemente contrastanti. Di questo parleremo, e parleremo del perché sempre incombe, nelle discussioni sui temi del fine della vita che in Svizzera da tanto tempo impegnano le istituzioni, la politica, le chiese, le associazioni dei medici e dei malati, i semplici cittadini, l’ombra di un convitato di pietra che si chiama suicidio assistito, attuato e offerto da organizzazioni che si fanno carico di promuoverlo come “opportunità”.
La più importante e ramificata di queste organizzazioni, Exit, ha ora aperto una nuova sfida legislativa in direzione della diffusione del suicidio assistito in Svizzera. Tra ottobre e novembre, il Canton Vaud – quello che ha per capitale Losanna – dovrà pronunciarsi su una legge di iniziativa popolare con la quale si chiede che siano privati delle sovvenzioni statali quegli ospizi che si rifiutano di far entrare Exit, per propagandare la sua attività o per esercitarla. Lo scopo dell’organizzazione, che ha raccolto senza problemi le cinquantamila firme necessarie ad attivare il referendum, è quello di far riconoscere un obbligo dello stato all’erogazione del suicidio come prestazione. Una prospettiva inconcepibile, a detta degli stessi giuristi e bioeticisti che hanno elaborato la nuova legge elvetica sulle Dat. Ma non è affatto detto che Exit perda la sfida.